Citazione del giorno – Speranza
Point n’est besoin d’espérer pour entreprendre ni de réussir pour persévérer
Questa frase mi dà -paradossalmente- moltissima speranza, nei momenti difficili: dobbiamo inseguire il nostro obiettivo non (solo) per arrivarci, ma perchè cresciamo e apprezziamo la vita nel mentre. Tutto questo, espresso meglio e in due righe. Potenza delle parole.
Il Paradosso del nostro tempo
Il paradosso del nostro tempo nella storia
e che abbiamo edifici sempre più alti, ma moralità più basse,
autostrade sempre più larghe, ma orizzonti più ristretti.
Spendiamo di più, ma abbiamo meno, comperiamo di più, ma godiamo meno.
Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole, più comodità, ma meno tempo.
Abbiamo più istruzione, ma meno buon senso, più conoscenza, ma meno giudizio,
più esperti, e ancor più problemi, più medicine, ma meno benessere.
Beviamo troppo, fumiamo troppo,
spendiamo senza ritegno, ridiamo troppo poco,
guidiamo troppo veloci, ci arrabbiamo troppo,
facciamo le ore piccole, ci alziamo stanchi,
vediamo troppa TV, e preghiamo di rado.
Abbiamo moltiplicato le nostre proprietà, ma ridotto i nostri valori.
Parliamo troppo, amiamo troppo poco e odiamo troppo spesso.
Abbiamo imparato come guadagnarci da vivere, ma non come vivere.
Abbiamo aggiunto anni alla vita, ma non vita agli anni.
Siamo andati e tornati dalla Luna, ma non riusciamo
ad attraversare il pianerottolo per incontrare un nuovo vicino di casa.
Abbiamo conquistato lo spazio esterno, ma non lo spazio interno.
Abbiamo creato cose più grandi, ma non migliori.
Abbiamo pulito l’aria, ma inquinato l’anima.
Abbiamo dominato l’atomo, ma non i pregiudizi.
Scriviamo di più, ma impariamo meno.
Pianifichiamo di più, ma realizziamo meno.
Abbiamo imparato a sbrigarci, ma non ad aspettare.
Costruiamo computers più grandi per contenere più informazioni,
per produrre più copie che mai, ma comunichiamo sempre meno.
Questi sono i tempi del fast food e della digestione lenta,
grandi uomini e piccoli caratteri,
ricchi profitti e povere relazioni.
Questi sono i tempi di due redditi e più divorzi,
case più belle ma famiglie distrutte.
Questi sono i tempi dei viaggi veloci, dei pannolini usa e getta,
della moralità a perdere, delle relazioni di una notte, dei corpi sovrappeso,
e delle pillole che possono farti fare di tutto, dal rallegrarti, al calmarti, all’ucciderti.
È un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina e niente in magazzino.
Un tempo in cui la tecnologia può farti arrivare questa lettera,
e in cui puoi scegliere di condividere queste considerazioni con altri, o di cancellarle.
Ricordati di spendere del tempo con i tuoi cari ora,
perchè non saranno con te per sempre.
Ricordati di dire una parola gentile a qualcuno che ti guarda dal basso
in soggezione, perchè quella piccola persona presto crescerà, e lascerà il tuo fianco.
Ricordati di dare un caloroso abbraccio alla persona che ti sta a fianco,
perchè è l’unico tesoro che puoi dare con il cuore, e non costa nulla.
Ricordati di dire “vi amo” ai tuoi cari, ma soprattutto pensalo.
Un bacio e un abbraccio possono curare ferite che vengono dal profondo dell’anima.
Ricordati di tenerle le mani e godi di questi momenti, un giorno quella persona non sarà più lì.
Dedica tempo all’amore, dedica tempo alla conversazione,
e dedica tempo per condividere i pensieri preziosi della tua mente.
E RICORDA SEMPRE:
la vita non si misura da quanti respiri facciamo,
ma dai momenti che ce li tolgono.
[Fonte: http://blog.libero.it/Mammafelice]
[Fonte2: http://cocodix.wordpress.com/2009/01/30/il-paradosso-del-nostro-tempo/ ]
Geniale (*)
Tum tum tum tum tum.
L’intero ponte vibrava sotto la pesante corsa del tenente.
Arrivò davanti alla spessa porta metallica e si fermò, ansimando.
Il freddo schermo rispose alla perturbazione dell’ambiente: “Alterazione rilevata. Effettuare autenticazione tipo 3″.
“Tenente Godson, matricola G-E13452″, scandì lento e impaziente -trattenendo la fretta- per assicurarsi il lasciapassare dell’ottuso sistema.
MAT OK
VOCE OK
“Prego prosegua con l’impronta e l’iride” -riprese la voce con tono cordiale ed insopportabile.
IMPRONTA OK
IRIDE OK
“Buonasera Tenente. Il comandante la attende già, entri pure”.
“Comandante” -esordì Godson, accompagnando l’appello uno sbrigativo inchino- “il vascello è stato danneggiato. Ancora”
“Calma G-E13452″ – rispose il superiore senza alzare la testa – “sieda.”
Sempre con la testa fissa continuò un po’ a guardare nel visore installato sull’occhio sinistro.
“Dunque i danni sono piuttosto ingenti” -riprese calmo- “abbiamo una riserva vitale complessiva per relativamente poco tempo ancora”. Si accese un sigaro e si abbandonò sullo schienale della poltrona di pelle.
“Lei, Godson, cosa suggerisce?”
“Comandante penso che dovremmo fare rotta verso una nuova colonia, al più presto e perseverare: prendere un’altra nave e proseguire la nostra missione”
“Vedo che non è così insensato come la sua corsa qui mi aveva fatto credere Tenente. Non c’è motivo di essere agitati: dobbiamo solamente proseguire con la nostra missione.”
Giacomo e Silvia si baciarono, appassionatamente, su quella spiaggia deserta. Si amavano e non c’era niente altro di importante.
(*) l’autore non intende affatto essere immodesto con questo titolo.
Due parole, prima di cominciare davvero
Ad Anna, Michele ed Elena,
senza mai dimenticare Giovanni.
Lo so, i libri scritti “in soggettiva”, non sono più molto in voga. Anzi, abbandonando prudenze e pudicizie letterarie -siccome ho tutto il diritto di dire ciò che mi pare qui, nel mio libro- posso dire che il libro in prima persona, oggi non viene quasi più letto.
Perchè? Non lo so. Ma visto che ormai mi sono addentrato in questo discorso è doverosa qualche ipotesi.
Forse le persone hanno paura di stare vicine, nel senso fisico del termine. Sappiamo spintonarci per una fantastica offerta al supermercato, lavorare o studiare urtando il gomito del nostro vicino, fare sesso per riempire un po’ di vuoto, sgomitare per salire sul treno, il tutto senza mai toccarci veramente. Io penso che sia l’odore degli altri, a darci fastidio, ad evitarci il contatto. Sì, proprio quell’odore agrodolce, di sudaticcio (leggi: “ascia”) e profumo, di come siamo e come vorremmo essere.
Come se ciò non bastasse, forse, le persone potrebbero anche non sapere comunicare. Il fatto che possiamo telefonare, videochiamare, scambiarci e-mail, lettere, cartoline, sms, scrivere sui muri nei bagni, sulle magliette, sulle auto, mimare, leggerci il labiale, la mano ed il linguaggio del corpo beh…. Può avere poco a che fare con il comunicare pensieri. Come un pennello senza vernice può avere poco a che fare con una stanza verniciata di fresco. Non c’è necessariamente un rapporto causa-effetto: possiamo solo suppore di aver nascosto o perduto la vernice.
In realtà, se fosse vernice sarebbe tutto più semplice.
Il fatto è che i pensieri di ognuno di noi hanno il nostro odore, così umano, così naturale, così non-artificiale. Insopportabile.
Ho scelto di raccontare la mia storia in prima persona.
P.S
Solo una piccola nota: la mia storia, qui, inizia già fuori dall’orfanotrofio (se avete avuto l’arguzia di leggerne il titolo) per un motivo molto semplice: è la parte della mia vita che sento, più urgentemente, di dovere scrivere. Della mia storia precedente ho già parlato fino alla noia alla mia famiglia, che -per giunta- si è sorbita anche innumerevoli cene-amarcord col carissimo Giovanni. Se me ne sarà data l’occasione, ci saranno lettere anche per quella.
A metà mattina
***
Quella volta, stranamente, si alzò a metà mattina. Non gli capitava mai.
La sua piccola casa, fatta di legno e pietra era fresca, per fortuna. Aprì gli occhi, li richiuse, li riaprì di nuovo e li stropicciò, visto che proprio insistevano nel tentativo di richiudersi. E si accorse che il sudore della sera prima era rimasto tutto lì, come una pellicola irrigidiva la pelle.
La sera prima.
Mise giù i piedi dal suo bel letto: un tavolaccio di legno tutto bucherellato e strabordante di foglie, soprattutto lungo i lati lunghi. Sopra, un lenzuolo.
Si vestì sommariamente e corse giù al ruscello e vi immerse la faccia, completamente. Tre volte.
Ma il pensiero non era sparito: la sera prima.
Tornò verso casa, camminando lentamente -come stesse scviolando su un fluido- ma guardando per terra. Una volta arrivato, si guardò intorno, fermando lo sguardo sulle case vicino alla sua, su due donne che portavano ciascuna due pesanti otri d’acqua. Rimase un attimo imbambolato, si sentì finto. Scollò lo sguardo con un movimento netto ed entrò nella legnaia. Prese l’accetta più grossa, quella che usava solo quando era veramente in forma.
Non se la ricordava così pesante. Si guardò ancora intorno, e la vista della montagna di grossì tronchi da spaccare a metà lo riempì di gioia.
E ne portò fuori quattro, tanto per cominciare a scaldarsi, appoggiandoli in verticale su ciò che era rimasto di un’albero tagliato.
Colpì violentemente, ma non sempre in modo preciso. Sì dimenticò anche di mangiare: doveva pensare.
Ma la sera, poco [continua?]
Stay hungry, stay foolish – Steve Jobs a Stanford
Lo so, è un discorso un po’ vecchio, ma sempre attuale. A parte qualche tratto che solo un appassionato di pc può capire, è una storia che fa sorridere.
Forse, a pensarci bene è più una novella.
Perchè se sei davvero soddisfatto della tua vita puoi tornare indietro e leggerla in un modo più poetico, romanzesco, avvincente.
Forse è davvero andata così.
Non importa: è una storia che sa molto di America, raccontata in modo piacevole. E per di più vale la pena di essere ascoltata.
Solo per chi non sa chi sia Steve Jobs, spendo due parole. Steve Jobs è CEO (amministratore delegato) di Apple e Pixar, e sicuramente conoscete almeno una di queste due aziende.
E’ una delle persone più influenti del campo informatico e nonostante abbia avuto un successo diverso da quello di B. Gates, è dotato di un carisma molto più forte di quest’ ultimo, e qui dispensa qualche pillola di saggezza. Un invito a inseguire i propri sogni, fiduciosi nella vita.
Il resto lo scoprirete da voi, leggendo trascrizione del discorso in italiano, presa da qui, o semplicemente ascoltandolo, nel video in fondo alla pagina (sempre sottotitolato nella lingua di Dante).
Stay hungry, stay foolish.
P.s I miei lettori mi perdonino la pedanteria, volevo solo avvisare che la traduzione non è esageratamente bella. Vi consiglio di ascoltare in discorso in inglese comunque, magari dopo averla letta.
« Sono onorato di essere qui con voi oggi, nel giorno della vostra laurea presso una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. A dir la verità, questa è l’occasione in cui mi sono avvicinato di più ad un conferimento di titolo accademico. Oggi voglio raccontarvi tre episodi della mia vita. Tutto qui, nulla di speciale. Solo tre storie.»
La prima storia parla di “unire i puntini“.
Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi sono rimasto, senza essere iscritto, per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo definitivamente. Allora perchè ho smesso?
Tutto è cominciato prima che io nascessi. La mia madre biologica era laureanda ma era una ragazza-madre, perciò, decise di darmi in adozione. Desiderava ardentemente che io fossi adottato da persone laureate, così tutto fu pronto affinché ciò avvenisse alla mia nascita da parte di un avvocato e di sua moglie. All’ultimo minuto, appena nato, questi ultimi decisero che avrebbero preferito una femminuccia. Così quelli che poi sarebbero diventati i miei “veri“ genitori, che allora si trovavano in una lista d’attesa per l’adozione, furono chiamati nel bel mezzo della notte e venne chiesto loro: “Abbiamo un bimbo, un maschietto, ‘non previsto’; volete adottarlo?“. Risposero: “Certamente“. La mia madre biologica venne a sapere successivamente che mia mamma non aveva mai ottenuto la laurea e che mio padre non si era mai diplomato, per questo si rifiutò di firmare i moduli definitivi per l’adozione. Tornò sulla sua decisione solo qualche mese dopo, quando i miei genitori adottivi le promisero che un giorno sarei andato all’università.
Infine, diciassette anni dopo ci andai. Ingenuamente scelsi un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi, non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiutato a scoprirlo. Inoltre, come ho detto, stavo spendendo i soldi che i miei genitori avevano risparmiato per tutta la vita, così decisi di abbandonare, avendo fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Ok, ero piuttosto terrorizzato all’epoca, ma guardandomi indietro credo sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’istante in cui abbandonai potei smettere di assistere alle lezioni obbligatorie e cominciai a seguire quelle che mi sembravano interessanti.
Non era tutto così romantico al tempo. Non avevo una stanza nel dormitorio, perciò dormivo sul pavimento delle camere dei miei amici; portavo indietro i vuoti delle bottiglie di coca-cola per raccogliere quei cinque cent di deposito che mi avrebbero permesso di comprarmi da mangiare; ogni domenica camminavo per sette miglia attraverso la città per avere l’unico pasto decente nella settimana presso il tempio Hare Krishna. Ma mi piaceva. Gran parte delle cose che trovai in quel periodo sulla mia strada per caso o grazie all’intuizione si sono rivelate inestimabili più avanti. Lasciate che vi faccia un esempio:
il Reed College a quel tempo offriva probabilmente i migliori corsi di calligrafia del paese. Nel campus ogni poster ed ogni etichetta sui cassetti erano scritti in splendida calligrafia. Siccome avevo abbandonato i miei studi ‘ufficiali’ e pertanto non dovevo seguire le classi come previsto dal piano di studio, decisi di seguire un corso di calligrafia per imparare come riprodurre quanto di bello avevo visto là attorno. Ho imparato dai caratteri serif e sans serif, a come variare la spaziatura tra differenti combinazioni di lettere e cosa rende la migliore tipografia così grande. Era bellissimo, antico e così artisticamente delicato che la scienza non avrebbe potuto ‘catturarlo’ e trovavo ciò affascinante.
Nulla di tutto questo sembrava avere speranza di applicazione pratica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Machintosh, mi tornò utile. Progettammo così il Mac: era il primo computer della bella tipografia. Se non avessi abbandonato gli studi, il Mac non avrebbe avuto multipli caratteri e font spazialmente proporzionate. E se Windows non avesse copiato il Mac, nessun personal computer ora le avrebbe. Se non avessi abbandonato, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono. Certamente non era possibile all’epoca ‘unire i puntini’ e avere un quadro di cosa sarebbe successo, ma tutto diventò molto chiaro guardandosi alle spalle dieci anni dopo.
Vi ripeto, non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi appaiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete… questo approccio non mi ha mai lasciato a terra e ha fatto la differenza nella mia vita.
La mia seconda storia parla di amore e di perdita.
Fui molto fortunato – ho trovato cosa mi piacesse fare nella vita piuttosto in fretta. Io e Woz fondammo la Apple nel garage dei miei genitori quando avevo appena vent’anni. Abbiamo lavorato duro e in dieci anni Apple è cresciuta da noi due soli in un garage sino ad una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. Avevamo appena rilasciato la nostra migliore creazione – il Macintosh – un anno prima e avevo appena compiuto trent’anni… quando venni licenziato. Come può una persona essere licenziata da una Società che ha fondato? Beh, quando Apple si sviluppò assumemmo una persona – che pensavamo fosse di grande talento – per dirigere la compagnia con me e per il primo anno le cose andarono bene. In seguito però le nostre visioni sul futuro cominciarono a divergere finché non ci scontrammo. Quando successe, il nostro Consiglio di Amministrazione si schierò con lui. Così a trent’anni ero a spasso. E in maniera plateale. Ciò che aveva focalizzato la mia intera vita adulta non c’era più e tutto questo fu devastante.
Non avevo la benché minima idea di cosa avrei fatto, per qualche mese. Sentivo di aver tradito la precedente generazione di imprenditori, che avevo lasciato cadere il testimone che mi era stato passato. Mi incontrai con David Packard e Bob Noyce e provai a scusarmi per aver mandato all’aria tutto così malamente: era stato un vero fallimento pubblico e arrivai addirittura a pensare di andarmene dalla Silicon Valley. Ma qualcosa cominciò a farsi strada dentro di me: amavo ancora quello che avevo fatto e ciò che era successo alla Apple non aveva cambiato questo di un nulla. Ero stato rifiutato, ma ero ancora innamorato. Così decisi di ricominciare.
Non potevo accorgermene allora, ma venne fuori che essere licenziato dalla Apple era la cosa migliore che mi sarebbe potuta capitare. La pesantezza del successo fu sostituita dalla soavità di essere di nuovo un iniziatore, mi rese libero di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.
Nei cinque anni successivi fondai una Società chiamata NeXT, un’altra chiamata Pixar e mi innamorai di una splendida ragazza che sarebbe diventata mia moglie. La Pixar produsse il primo film di animazione interamente creato al computer, Toy Story, che ora è lo studio di animazione di maggior successo nel mondo. In una mirabile successione di accadimenti, Apple comprò NeXT, ritornai in Apple e la tecnologia che sviluppammo alla NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. E io e Laurene abbiamo una splendida famiglia insieme.
Sono abbastanza sicuro che niente di tutto questo mi sarebbe accaduto se non fossi stato licenziato dalla Apple. Fu una medicina con un sapore amaro, ma presumo che ‘il paziente’ ne avesse bisogno. Ogni tanto la vita ci colpisce sulla testa cme un mattone. Non perdete la fiducia, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha aiutato ad andare avanti sia stato l’amore per ciò che facevo. Dovete trovare le vostre passioni, e questo è vero tanto per il/la vostro/a findanzato/a che per il vostro lavoro. Il vostro lavoro occuperà una parte rilevante delle vostre vite e l’unico modo per esserne davvero soddisfatti sarà fare un gran bel lavoro. E l’unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate. Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, continuate a cercare, non fermatevi, come capita per le faccende di cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l’avrete davanti. E, come le grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continuate a cercare finché non lo trovate. Non accontentatevi.
La mia terza storia parla della morte.
Quando avevo diciassette anni, ho letto una citazione che recitava: “Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, uno di questi ci avrai azzeccato“. Mi fece una gran impressione e, da quel momento, per i successivi trentatrè anni mi sono guardato allo specchio ogni giorno e mi sono chiesto: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?“. E ogni volta che la risposta era “No“ per troppi giorni consecutivi sapevo di dover cambiare qualcosa.
Ricordare che sarei morto presto è stato lo strumento più utile che abbia mai trovato per aiutarmi nel fare le scelte importanti nella vita. Perché quasi tutto – le aspettative esteriori, l’orgoglio, la paura e l’imbarazzo per il fallimento – sono cose che scivolano via di fronte alla morte, lasciando solamente ciò che è davvero importante. Ricordarvi che state per morire è il miglior modo per evitare la trappola rappresentata dalla convinzione che abbiate qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione perché non seguiate il vostro cuore.
Un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Effettuai una scansione alle sette e trenta del mattino che mostrava chiaramente un tumore nel mio pancreas. Fino ad allora non sapevo nemmeno cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che con ogni probabilità era un tipo di cancro incurabile e che avevo un’aspettativa di vita non superiore ai tre-sei mesi. Il mio dottore mi consigliò di tornare a casa ‘a sistemare i miei affari’, che è un modo per i medici di dirti di prepararti a morire. Significa che devi cercare di dire ai tuoi figli tutto quello che avresti potuto dire nei successivi dieci anni, in pochi mesi. Significa che devi fare in modo che tutto sia a posto, così da rendere la cosa più semplice per la tua famiglia. Significa che devi pronunciare i tuoi ‘addio’.
Ho vissuto con quella spada di Damocle per tutto il giorno. In seguito quella sera ho fatto una biopsia, dove mi infilarono una sonda nella gola, attraverso il mio stomaco fin dentro l’intestino, inserirono una sonda nel pancreas e prelevarono alcune cellule del tumore. Ero in anestesia totale, ma mia moglie, che era lì, mi disse che quando videro le cellule al microscopio, i dottori cominciarono a gridare perché venne fuori che si trattava una forma molto rara di cancro curabile attraverso la chirurgia. Così mi sono operato e ora sto bene.
Questa è stata la volta in cui mi sono trovato più vicino alla morte, e spero lo sia per molti decenni ancora. Essendoci passato, posso dirvi ora qualcosa con maggiore certezza rispetto a quando la morte per me era solo un puro concetto intellettuale:
nessuno vuole morire. Anche le persone che desiderano andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E nonostante tutto la morte rappresenta l’unica destinazione che noi tutti condividiamo, nessuno è mai sfuggito ad essa. Questo perché è come dovrebbe essere: la Morte è la migliore invenzione della Vita. E’ l’agente di cambio della Vita: fa piazza pulita del vecchio per aprire la strada al nuovo. Ora come ora ‘il nuovo’ siete voi, ma un giorno non troppo lontano da oggi, gradualmente diventerete ‘il vecchio’ e sarete messi da parte. Mi dispiace essere così drammatico, ma è pressappoco la verità.
Il vostro tempo è limitato, perciò non sprecatelo vivendo la vita di qualcun’altro. Non rimanete intrappolati nei dogmi che vi porteranno a vivere secondo il pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui zittisca la vostra voce interiore. E, ancora più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione: loro vi guideranno in qualche modo nel conoscere cosa veramente vorrete diventare. Tutto il resto è secondario.
Quando ero giovane c’era una pubblicazione splendida che si chiamava ‘The whole Earth catalogé’, che è stata una delle bibbie della mia generazione. Fu creata da Steward Brand, non molto distante da qui, a Menlo Park, e costui apportò ad essa il suo senso poetico della vita. Era la fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer, ed era fatto tutto con le macchine da scrivere, le forbici e le fotocamere polaroid: era una specie di Google formato volume, trentacinque anni prima che Google venisse fuori. Era idelista e pieno di concetti chiari e nozioni speciali.
Steward e il suo team pubblicarono diversi numeri di ‘The whole Earth catalog’, e quando concluse il suo tempo, fecero uscire il numero finale. Era la metà degli anni Settanta e io avevo pressappoco la vostra età. Nella quarta copertina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna nel primo mattino, del tipo che potete trovare facendo autostop se siete dei tipi così avventurosi. Sotto, le seguenti parole: “Siate affamati. Siate folli“. Era il loro addio e ho sperato sempre questo per me. Ora, nel giorno della vostra laurea, pronti nel cominciare una nuova avventura, auguro questo a voi.
Siate affamati. Siate visionari.
Non tutti
Quella sera, attorno al fuoco, l’aria era leggera.
Eravamo tutti in cerchio, attorno all’enorme fuoco, ma non Zare Capotribù che, seduto poco fuori meditava: stava per assegnare la Prova al ragazzo.
In base al risultato della Prova -se fosse stata superata o meno, ma anche in che modo ciò sarebbe avvenuto- il Consiglio avrebbe scelto il totem del giovane, il suo nome da adulto.
Zare Capotribù si alzò ed il brusio del cerchio si spense. Si diresse verso gli altri, e quando fu quasi sulla circonferenza, poggiò le mani sulle spalle del ragazzo, che tremò leggermente, a causa dell’agitazione. Certe cose, anche se te le aspetti, non ti trovano mai preparato.
E parlò. Con la sua voce profonda, che rimbombava in posti dove nessun altro suono avrebbe potuto, almeno naturalmente, rimbombare. “Partirai”. Silenzio. Il ragazo prima si fece ancora più serio, poi abbassò lo sguardo. “prima della fine del raccolto. Ti dirigerai a Nord, e cercherai casa, dove preferisci. In un altro villaggio, se lo troverai e se ti accoglieranno. O nella fredda foresta”.
Il ragazzo si inginocchiò lentamente, secondo un copione mai letto ma visto molte e molte volte, tramandato per usanza nello scorrere del tempo. “Sì”, rispose con voce asciutta e quanto più neutra possibile, sperando di nasconderci quel tremolio che gli veniva da cuore. “Bene. Ricorda: cioè che darai ti verrà sempre restituito” disse allora Zare Capotribù voltando lo sguardo verso il fuoco.
E chiuse la cerimonia, “Quando tornerai sarai Uomo Libero, ed il Consiglio ti accetterà e ti valuterà”.
Ancora in ginocchio, si alzò, e liberò il cuore compresso nella cassa toracica, che cominciò a battere all’impazzata, persino più veloce dei tamburi.
Occhio non vede – 1/3
Quella mattina la nebbia era sospesa a mezz’aria, immobile. Era fittissima, ma nella sua leggerezza di faceva beffe della forza di gravità. Faceva freddo.
Non che gli abitanti di Higron non fossero abituati al gelo: semplicemente non lo amavano, anche quando era sopportabile. I più infatti, non appena la stagione si faceva davvero dura -se ne avevano la possibilità- migravano a valle, da amici o parenti.
Per giunta ora era inaspettato e pesante: il freddo di una giornata pallida, malaticcia e affaticata, che cercava di nascondersi nelle nebbie e portava seco ogni altra cosa.
Scattò in piedi, repentinamente. Non avendo sentito le “carezze” del padre pensò che molto probabilmente stava ancora dormendo, e buttò l’occhio verso l’altro angolo della piccola stanza: “sono contento che la buona sorte mi cammini vicino, spero di reincontrarla oggi, ne avrò bisogno”.
Non credeva possibile averlo visto prima d’averlo udito, russava abbastanza sonoramente da spaventare qualsiasi animale si trovasse da lì sino ai margini del bosco. Camminò scalzo sul pavimento in legno, che strideva sommessamente ad ogni passo, fino ad arrivare alla stufa, dove la brace era oramai spenta. Il legno era una delle poche cose che là non mancava mai, e ogni abitante del villaggio imparava prima a maneggiare l’accetta che la forchetta.
Gli zoccoli però erano caldi. O meglio, lo era il pelo di scoiattolo che li foderava internamente: una “stramberia” derisa da tutto il villaggio tanto da farlo soprannominare, all’unanimità, Gentilpiede.
Fortuna che queste cose non duravano tanto, o almeno cambiavano periodicamente motivo.
A ogni luna nuova infatti, quando scendeva a valle, imparava qualcosa di nuovo. E, regolarmente osava metterlo in pratica, seppur con alterni risultati, sottoponendosi talvolta alla derisione, talvolta all’invidia, talvolta ad entrambe contemporaneamente.
Il sentiero che, appoggiato alla montagna, portava verso valle, non era impegnativo: forse un bambino, purchè appiedato e senza bagagli, ce l’avrebbe fatta senza troppi problemi. Il percorso era sinuoso, e ciò ne limitava la pendenza, e nei passaggi più difficili erano state incastonate nel terreno ruvide pietre per aiutare la presa. Un rigolo d’acqua, sproporzionato rispetto alla grandezza della cerchia di verdi montagne dal cappello bianco che lo sovrastavano, scorreva timido e silenzioso, rinfrescando di tanto in tanto i piedi del viandante scottato dal vicino sole.
L’apparente facilità della strada però, in quel momento, non era per nulla consolante. La merce non era solo fragile ma era anche l’unica loro -sua e di suo padre- forma di sostentamento, a parte gli effimeri frutti selvatici che il bosco offriva e qualche benedetto formaggio che la zia passava “per il ragazzo”, di tanto in tanto, se possibile.
E’ ora – pensò fra sè e sè – e la sonnolenza lo lasciò. Sì vestì velocemente, inforcò i caldi zoccoli e un paio di guanti minimali, che non coprivano le dita, ed uscì di casa, per rientrare subito nel capanno che d’estate era adibito a stalla dove il fido Moo, un giovane mulo, sembrava quasi attenderlo.
Lo carezzò dolcemente sul muso, gli sussurrò all’orecchio e vi caricò la doppia sacca di un cuoio così spesso da essere pesante anche vuota, benchè molto frusta e assottigliata rispetto a qualche decennio prima.
Aprì il lucchetto della pesante cassa di legno per metà interrata, riempì di erba fresca i fondi della sacca, e avvolse delicatamente -quasi fossero fiori- gli oggetti di acquadura in grandi canovacci di juta, riponendoli sul dorso di Moo ancora con strati alternati d erba, per proteggerli in tutti i modi possibili.
E poi, così, Moo avrebbe avuto qualcosa da mangiare, una volta arrivati a Valluce.